Storie con immagini: libri silenziosi nei campi profughi palestinesi

Beit Atfal Assomud è un’associazione non settaria presente in tutti i campi profughi palestinesi in Libano, e da più di quaranta anni fornisce diversi servizi per minori, famiglie e donne palestinesi in difficoltà. In particolare, il settore educativo copre asili, classi di recupero e workshop di differenti tematiche, con l’obiettivo di utilizzare un approccio incentrato sui bisogni di bambine e bambini. Ed è proprio negli asili di Shatila e Bourj el Barajneh che noi Corpi Civili di Pace siamo presenti tutti i giorni, offrendo una mano alle maestre degli asili nel preparare e svolgere le lezioni. Il contesto è tuttavia estremamente complesso, poiché i campi palestinesi sono, purtroppo, dei luoghi dove povertà e violenza caratterizzano costantemente le vite dei loro abitanti. Se, da una parte, le persone adulte generalmente vivono in precarie condizioni di vita, dall’altra parte i bambini e le bambine sono ancora più vulnerabili, poiché difficilmente hanno la possibilità di ricevere degli input e stimoli differenti dalla violenza che caratterizza quotidianamente la vita nel campo. Inoltre, il sistema educativo delle scuole dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel vicino oriente, seppure presente, è spesso considerata eccessivamente formale e rigida, con un approccio poco comunicativo e tendente a considerare bambine e bambini come semplici destinatari di nozioni trasmesse. Perciò abbiamo pensato, assieme alle insegnanti di Assomoud, che avessero bisogno di qualcosa che permettesse loro, almeno a scuola, di evadere dalla difficile quotidianità che caratterizza le loro vite.

Lo strumento che abbiamo utilizzato è quello del “silent book”, ovvero un libro che utilizza soltanto il linguaggio iconografico, ed è perciò privo di testo scritto. Sono le immagini, e non le parole, a dover essere “lette” e interpretate dai bambini, i quali, successivamente, elaborano la storia con la propria fantasia e la loro capacità linguistica, che sia in arabo o in inglese. Ma come avviene nel dettaglio tale “lettura”?
Una volta che si sono predisposti in semicerchio, iniziamo a sfogliare lentamente una prima volta le pagine del libro, senza fretta, ma allo stesso tempo senza dare alcuna indicazione; non vi è alcuna parola né da parte nostra né da parte loro, al massimo vi è una musica rilassante di sottofondo. Conclusa questa prima lettura generale, in un secondo momento si guardano le pagine con più attenzione, offrendo qualche input con domande molto generiche, del tipo: “Cosa vedete qui?” oppure “Avete visto qui in basso?” o “Sapete come si dice in inglese?”. Infatti è importante che chi legge – ovvero noi volontari/e e le maestre – rimanga una sorta di “trampolino di lancio”, poiché è il bambino a dover costruire la storia, a condurla con la sua capacità linguistica e la sua interpretazione delle immagini. Inoltre, i bambini e le bambine sono portati a dare delle motivazioni sul perché i personaggi delle storie fanno delle determinate scelte; ciò aiuta sia l’immedesimazione nei personaggi, sia ad arricchire le personalità e i caratteri di questi ultimi. Ciò può portare quindi ad un utilizzo di una maggiore gamma di aggettivi o sinonimi.

Infine, i silent books possono condurre a ulteriori strategie didattiche, che condividono come fattore comune la possibilità di immaginare senza limiti: infatti, conclusa la “lettura” del silent book, abbiamo realizzato delle attività di riscrittura, di rappresentazione grafica e teatrale.  Anche queste sono utili per l’apprendimento, offrendo tantissimi input.

I bambini e le bambine perciò prendono attivamente parte alla costruzione della storia, utilizzando a volte addirittura la loro interlingua, ovvero la capacità di una persona di parlare una lingua che non è la propria. Questi libri infatti offrono diverse modalità di lettura che li e le aiutano fortemente a esprimersi anche in una lingua che non è la loro – ovvero l’inglese. Se non conoscono le parole “star”, “cat” or “table”, diranno “moon”, “dog” o “window”; e se non conoscono nemmeno quelli, diranno “najm” “bissi” o “maaida”, ovvero i termini nella loro lingua madre, il dialetto palestinese o siriano a seconda del caso. Hanno comunque compiuto uno sforzo, lavorando sulla capacità di immaginazione.
Inoltre, il silent book ci permette anche di ripensare il nostro ruolo di insegnanti: infatti, noi che ne usufruiamo tentiamo di non utilizzare un approccio dall’alto, riversando la nostra conoscenza della storia o della lingua inglese su di loro. Il silent book ci permette di essere una sorta di guida, poiché agevoliamo l’apprendimento stimolandolo a far emergere le proprie conoscenze. Non vogliamo essere delle “gabbie”, poiché andremmo ad inibire le capacità dei bambini di applicare le loro conoscenze.

Altro elemento importante del silent book è la condivisione: le letture avvengono in gruppo, si ascolta l’interpretazione personale di ogni bambino e bambina, e si aggiunge un mattoncino alla storia, frase dopo frase. E sono loro stessi/e ad aiutarsi e correggersi a vicenda, senza il nostro intervento. Ciò permette un approccio più esplorativo di possibili alternative, senza che vi sia un un modo giusto per esprimere un concetto.
E anche lo spazio e la disposizione di questo gruppo di bambini e bambine nella classe è importante: di solito si collocano in semicerchio, in modo che tutti/e siano vicini/e al libro alla stessa distanza, e non vi siano bambini/e maggiormente favoriti/e.
Per i prossimi mesi, abbiamo in programma di svolgere delle attività di gemellaggio tra le classi del centro di Assomoud e alcune scuole italiane; attraverso dei collegamenti telefonici e via Skype, daremo la possibilità a bambini e bambine di conoscersi e di confrontarsi sul percorso intrapreso con i silent book, creando un momento di forte condivisione, attraverso il gioco, l’esplorazione e la capacità di immaginazione.

Fabrizio Astolfoni

Che ore sono a Beirut?

A Beirut la guerra è finita.

Niente più cecchini sulla cima dei palazzi o attentati agli autobus dei civili. Nessuna traccia dei caccia israeliani tra le nuvole. È silenziosa l’alba a Beirut.

Il silenzio è rotto solo da qualche clacson sfiatato, dagli altoparlanti delle moschee in lontananza e dal verso dei gabbiani che attraversano lenti lo skyline sopra la Grande Moschea. I minareti sembrano alti soldati a protezione di uno scrigno prezioso, controllano il tesoro con solerzia, in ogni momento. I riflessi azzurri della cupola, come tappeti volanti a mezz’aria, si confondono con il cielo.

La città che si desta dal suo torpore è in un momento privilegiato per farsi osservare, i segni dei proiettili prendono lentamente forma, indelebili come lentiggini, colorano i muri ingialliti delle vecchie case. A fianco ai nuovi palazzi patinati, automobili costosissime ed enormi mall metropolitani, circondati a loro volta da palazzi decadenti, calcinacci sporgenti dai balconi e cantieri che – a giudicare dalla vegetazione spontanea cresciuta tutta intorno – sembrano in costruzione da decenni. E poi moltitudini di costruzioni futuristiche a fianco a vecchie case senza i vetri alle finestre. Basterebbe questa urbanistica sconclusionata per mostrare le immani contraddizioni della città.

Prendiamo la questione dell’elettricità: il Libano negli anni 60’ aveva un sistema elettrico ordinario, che copriva autonomamente i bisogni della popolazione. Alla fine della sanguinosa guerra civile, durata circa tre lustri, il sistema era completamente devastato. Ancora oggi ci sono continui black out e determinate fasce orarie in cui manca totalmente la luce. Chi ha soldi abbastanza per permettersi l’allaccio ad un generatore privato avrà l’energia elettrica h24. Tutti gli altri no.
La luce in casa come primaria cesura sociale tra chi può e chi non può.

Quando la città si anima prende vita finalmente quella danza collettiva di automobili, taxi, moto e van: la musica che si balla è quella dei clacson che non tacciono mai. I quartieri vivono la propria vita in un incessabile movimento collettivo verso qualcuno o qualcosa, perennemente di corsa. Senza citare il microcosmo ottenebrante e confuso dei campi palestinesi, che meriterà un approfondimento a parte.

Ogni negozio, ogni taxi, ogni banchetto di street food che riempie le strade di odori e di spezie, presenta un’ostentazione quasi maniacale di simboli religiosi. Corani e santini, rosari e madonne, hijab e kefieh si mischiano rivelando in tutta la sua potenza il pout pourri etnico-religioso libanese.
È possibile comprendere quasi immediatamente se un quartiere è cristiano o musulmano, più difficile carpire se un negozio sia di armeni o di maroniti, di musulmani sciiti o sunniti.

Nel traffico perennemente paralizzato ci si lanciano urla, si scambiano occhiatacce, ma i quid pro quo finiscono quasi sempre ad “alzate di spalle”, nessuno pare avere tempo da perdere in discussioni sterili. Non esistono semafori rossi, né strade a senso unico, o veri e propri divieti di sosta per parcheggiare.

Non è raro poter vedere tre-quattro persone sopra un motorino o un materasso sporgere, ancorato “alla buona”, da un portabagagli.
È semplicemente la prassi.

La città rimane molto militarizzata: piccoli bunker in cemento armato sono ancora agli angoli dellestrade. Dalle feritoie qualche giovane armato di mitra, con l’aria distratta, osserva la città che gli passa davanti. Tante vie dei quartieri del centro sono sbarrate dal filo spinato e moltissimi tank cingolati restano sulle pubbliche vie e non solo in prossimità dei check point d’ingresso ai campi palestinesi. Bambini e bambine bisognosi sono spesso in prossimità dei semafori, in cerca di qualche lira o di un po’ di cibo. Larghe fasce della popolazione soffrono la miseria, quella che era la “Parigi del Medio Oriente” sembra solo un lontano ricordo.

I problemi sono molteplici: usare uno smartphone costa tanto, il prezzo della benzina cresce, gli stipendi sono da fame e l’inflazione corre fortissimo. La moneta si svaluta continuamente, chiunque abbia qualcosa, anche lontanamente, prezioso da poter offrire accetterà soltanto dollari.
Ah i dollari.. c’è un mercato nero di valuta forte praticamente ad ogni angolo e alla luce del sole. La popolazione vorrebbe ritirare dollari dagli sportelli automatici per beneficiare di cambi favorevoli ma il governo limita, giorno dopo giorno, la cifra massima ritirabile, cosicché i prezzi corrono sempre più alti, gonfiati dalla bolla del mercato nero. Per questi motivi sono molto frequenti gli assalti notturni dei dimostranti ai bancomat.

Dietro un’estetica di schiene dritte e mascelle serrate si vedono tante facce scure, molta frustrazione e rabbia sociale inespressa. Lo Stato non aiuta, non esistono praticamente pubblici servizi. Ogni famiglia finisce col ricadere costantemente in quel sistema formale e non formale di mutualismo fornito dalla comunità etnico-religiosa di appartenenza. Scuole, università, ambulatori, centri culturali con attività di qualsiasi tipo, sarà possibile trovare di tutto all’interno della propria cerchia, molto difficile trovarne altrove ed essere accettate\i. Così si perpetra quel sottile gioco di dipendenza\sudditanza tra ogni individuo e il proprio quartiere, la propria comunità.

Ogni raggruppamento religioso è poi fortemente politicizzato e, spesso, a sua volta, diviso in più fazioni, ognuna delle quali ha creato il suo centro e intorno al quale ruota la propria vita sociale e culturale. Beirut è anche tanto altro: è una città molto viva, piena di eventi culturali e di concerti, di locali,di un associazionismo fortissimo, purtroppo ancora una volta molto settario. Fanno però ben sperare quelle realtà – con alcune collaboriamo noi Corpi Civili di Pace in prima persona – che scelgono coraggiosamente di abbandonare il settarismo e di mostrarsi, agli occhi sprezzanti di molti, come senza radici.

È molto difficile comprendere nel profondo la politica e la società libanese: ogni tentativo, per quanto analitico, produrrà quasi certamente una semplificazione rispetto alla realtà.

C’è una grande passione e partecipazione politica, questo lo si può dire: abbiamo visto le folle oceaniche seguire in estasi l’epitaffio di Nasrallah – il segretario del partito e gruppo paramilitare sciita, filoiraniano, Hezbollah – dopo l’uccisione del generale iraniano Soleimani.

E poi da più di 100 giorni c’è la ‘thawra’, la rivoluzione dei libanesi e delle libanesi stufe del settarismo, stufi delle divisioni tra sciiti e sunniti, stufe di una classe politica che brandisce spauracchi complottisti e vecchi slogan, senza riesce a tirare fuori il Paese dalla melma di povertà e corruzione in cui sembra caduto. Le proteste pacifiche ecolorate, gli scontri, le bandiere, gli assalti alle banche, gli idranti e le cipolle per resistere ai lacrimogeni. Tutto e il contrario di tutto. Tante donne e tanti uomini alla ricerca di un futuro migliore. Scende il pomeriggio, quindi la sera e in Martyrs Square si radunano sotto la statua dei martiri centinaia, migliaia di manifestanti, non solo da Beirut ma anche dal nord, da Tiro e da tutto il Libano. Bloccano le strade, assaltano i luoghi del potere a Downtown, quel potere che li esclude con il suo immobilismo conservatore dall’accesso ad una vita dignitosa. Poco vicino a Mar Mikhael o ad Hamra universitari\e dell’American University, giovani di buona famiglia, sfrecciano su macchine fiammanti e fanno festa in locali più cari di quelli europei: a Beirut la guerra è finita.

Edoardo Cuccagna

An unusual hobby in the skies of Amman

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At dawn and dusk, in Amman and in the other towns of Jordan, while looking up at the sky over the rooftops you could see something special, something that inevitably catches the eye of the stranger. Small or large flocks of pigeons fly over the houses, performing in different types of acrobatics, accompanied by the sound of little bells tied to their paws.

Pigeon-Fancying is a surprisingly popular activity here, and is also a reason for strong competition among pigeon trainers, commonly called Kashasheen. In fact, their purpose is not only to show their birds, but also to attract and steal the ones belonging to other trainers flocks. At sunset, in every neighbourhood the trainers emerge on their rooftops and open their crumbling cages, sometimes spinning a bait on a stretch of rope to keep the flock together and ready to jump into flight, other times raising a female so as to gather the males around her.

Once in flight, the pigeons whirl compact and, depending on the training received, they follow the trainers’ calls, which at the same time use a system of whistles and dedicated objects to drive the flock.

Trainers often show off their flocks at the same time, trying to persuade other people’s pigeons to desert their group in favour of their own, while giving the spectator a unique display of birds floating in the sky. Surprisingly, when well trained, these flocks can also be induced to fly to another part of the city with the aim of bringing back new recruits. Usually trainers earn three or four new birds a week, but lose more or less the same number.

The conquest of the skies of Amman is not recent, but dates back to the 40s of the last century, when Syrian migrants arrived and settled here, bringing with them the refined pastime practiced at that time by artisans and middle-class workers.

With the passing of time, however, the hobby spread to new followers, involving even the weakest sections of society. In fact, a new business made up of collectors, merchants and thieves was created, with the aim to own the finest pigeons, sometimes even by stealing them. This has, therefore, forced thousands of trainers to make impromptu alliances to protect their flocks, these agreements inevitably vary according to the relationship between the trainers concerned.

When, at the end of each air show, the birds land on their respective rooftops and some are missing because deliberately drawn to other people’s flocks, there it actually starts the bargaining. The different agreements between neighbours provide sometimes the simple return of birds to their owner, other times the return is made upon payment. It can also happen that the birds are not returned to the old master. Very often the newly acquired pigeons are quickly sold on the market because they will certainly be the least loyal of the flock.

Pigeon-Fancying is not just a simple pastime because it contains deep social connotations. Those who are dedicated to this wasteful (at least in terms of time) activity are, in fact, often unemployed young people who use this hobby to occupy most of the hours of their day, being able to get distracted from everyday problems.

The birds, in general, played a crucial role in some events told in the Abrahamic religions’ sacred books. The winged animals are, in fact, considered as protectors, messengers and symbols of peace.

In Islam, in particular, they are celebrated for their crucial intervention in defence of the holy city of Mecca in the year of the birth of Muhammad (570 AD). The story, taken from the “Surat al-Fil” (verse of the Elephant) of the Koran, narrates that the Abyssinian forces, stationed a couple of miles away from Mecca and gathered in a huge number, were ready to besiege the city to destroy its temple (the Ka’ba). Then, it happened that the light of day darkened and masses of divine birds raged on the battlefield, almost completely obscuring the sky. In their claws and beaks they carried pebbles and fragments of clay that dropped like bullets; the Abyssinian invaders and their war elephants, despite the considerable numerical advantage, were soon decimated. Soldiers who survived the bird ambush quickly retreated and Mecca and the Ka’ba were rescued.

Marco Basile

Un’insolita passione tra i cieli di Amman

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All’alba e al tramonto ad Amman e nelle altre cittadine della Giordania, alzando lo sguardo verso i tetti delle case e il cielo si può notare qualcosa di particolare  che cattura l’occhio dello straniero. Piccoli o grandi stormi di colombi sorvolare le case, esibendosi in diversi tipi di acrobazie accompagnate dal suono dei campanellini legati alle loro zampe.

Il Pigeon-Fancying è un’attività sorprendentemente popolare qui, ed è anche motivo di forte competizione tra gli addestratori di piccioni, comunemente chiamati kashasheen.  Il loro scopo, infatti, non è solo esibire i volatili, ma riuscire ad attrarne e sottrarne di nuovi  che appartengono agli stormi altrui. In ogni quartiere, al chiarore e al crepuscolo, gli addestratori affiorano sui tetti e aprono le loro gabbie fatiscenti, a volte facendo roteare un’esca su un tratto di corda per tenere lo stormo unito e pronto a lanciarsi in volo, altre volte sollevando una femmina in modo da raggruppare i maschi intorno a lei.

Una volta levatisi in volo, i piccioni volteggiano compatti e, in base all’addestramento ricevuto, seguono i richiami degli addestratori, i quali utilizzano allo stesso tempo un sistema di fischi e oggetti dedicati per guidare lo stormo.

Gli addestratori spesso mettono in mostra i loro stormi alla stessa ora, cercando di persuadere i colombi altrui a disertare il loro gruppo in favore del proprio, e regalando allo spettatore un’esibizione unica di volatili fluttuanti nel cielo. Sorprendentemente, quando ben addestrati, questi stormi possono anche essere indotti a volare in un’altra parte della città con l’obiettivo di riportare nuove reclute. Di norma gli addestratori guadagnano tre o quattro nuovi uccelli alla settimana, perdendone però più o meno lo stesso numero.

La conquista dei cieli di Amman non è recente, ma risale agli anni ’40 del secolo scorso, quando migranti siriani arrivarono e si stabilirono qui, portando con sè il raffinato hobby praticato allora da artigiani e lavoratori della classe media.

Con il passare del tempo, però, lo sport si è arricchito di nuovi adepti coinvolgendo anche le fasce più deboli della società. Si è, infatti, creato un giro d’affari composto da collezionisti, mercanti e ladri che cercano di accaparrarsi i piccioni più pregiati, a volte anche rubandoli. Questo ha dunque costretto migliaia di addestratori a stipulare alleanze improvvisate per proteggere i propri stormi, questi accordi inevitabilmente variano in base al rapporto esistente tra gli addestratori interessati.

Quando al termine di ogni esibizione aerea gli uccelli sono atterrati sui rispettivi tetti e ne mancano alcuni perché volutamente attirati verso stormi altrui, ha di fatto inizio la contrattazione. I diversi accordi tra vicini prevedono a volte la semplice restituzione degli uccelli al proprietario, altre volte invece la restituzione avviene previo pagamento. Puo’ anche succedere che i volatili non vengano restituiti al vecchio padrone. Molto spesso i piccioni acquisiti vengono rapidamente venduti sul mercato poiché è certo saranno i meno leali dello stormo.

Il Pigeon-Fancying non è, tuttavia, solo un semplice passatempo poiché racchiude in sé profonde connotazioni sociali. Coloro che si dedicano a questa dispendiosa (almeno in termini di tempo) attività sono, infatti, spesso ragazzi disoccupati che usano questo sport per occupare gran parte delle ore della loro giornata, potendosi così distrarre dai problemi quotidiani.

I volatili, in generale, rivestono un ruolo importante nelle vicende narrate fino ai giorni nostri dalle religioni abramitiche, questi vengono infatti considerati come protettori, messaggeri e simboli di pace.

Nell’Islam, in particolare, vengono celebrati per il loro cruciale intervento in difesa della città santa della Mecca nell’anno della nascita di Maometto (570 DC). La vicenda tratta dalla “Surat al-Fil” (Versetto dell’Elefante) del Corano narra che le forze abissine, stanziate a un paio di miglia di distanza dalla Mecca e in numero decisamente massiccio, erano pronte ad assediare la città per distruggerne il tempio (la Ka’ba). Allora accadde che la luce del giorno si oscurò e masse di uccelli divini imperversarono sul campo di battaglia, oscurando quasi completamente il cielo. Nei loro artigli e nei loro becchi trasportavano ciottoli e frammenti di argilla che lasciarono cadere come proiettili; gli invasori abissini e i loro elefanti da guerra, nonostante il considerevole vantaggio numerico, furono presto decimati. I soldati che sopravvissero all’imboscata aviaria si ritirarono rapidamente e la Mecca e la Ka’ba furono tratte in salvo.

Marco Basile

Cinema in Russayfah: our Monthly Movie Club

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Article by Amina Abbioui

Since February, we Civil National Service volunteers have been working with the local organization Our Step, based in Russayfah, in Zarqa governorate. This NGO is one of a kind, as it has been working with a particularly marginalized community: people with mental disabilities, who also became staff members throughout the years.

We organize together a monthly movie club which creates a space where participants can debate over particularly significant themes related to Jordanian society. The movie selection focuses on the Arab world and characters facing different issues of the region. For instance, differences between women and men: the first movie we screened was Wadjda, a film set in Saudi Arabia which tells the challenges faced by the little child protagonist, Wadjda, when she wants to buy and ride a bike. Thanks to her perseverance and willpower, she manages to dent a wall built on a tradition where the rights of men and women are not quite the same.

Russayfah is just a few kilometers from Amman, but unlike the capital, this village lives in poverty. Despite misconceptions that would depict a small community as narrow-minded and extremely conservative, spectators have always been open to dialogue and criticism, often positive and constructive, in an environment where respect for different opinions comes first.

While the first movie, Wadjda, was not fully appreciated for its Saudi-specific background which differs from Jordanian society, the second choice, Captain Abu Raed, set in Amman, was applauded. The film represents delicate themes such as domestic violence, school drop-out, child labor, and the absence of a guide in the life of the young protagonists, exposed to lots of dangers.

Captain Abu Raed becomes a hero for the kids as he can understand them, trying to help them to overcome their problems. The audience appreciated the movie as the protagonist sets an example of justice, and everyone should follow his lead.

The third session was different: instead of a single movie, we screened three short films, and the success was overwhelming! A long discussion followed, with participants sharing opinions and personal experience. One of the participants saw herself in the protagonist of Name: Female, who struggled against her brother and mentioned traditions and values of the society she lives in. The woman, R., told about when she also had to stand up to her brother, after her divorce, as he would not let her have a job. As she explained to another spectator whose opinion opposed hers, work was an escape from the reality of divorce, a way to leave everything behind. But my brother kept telling me he would provide for me, and that I didn’t need to work – he thought it was just about money.

The Movie Club Sessions will continue throughout our whole stay in Jordan. We hope this will get us close to a community facing so many challenges, and help us understand, at least, some of them.

Del Cineforum a Russeifeh

IMG_9310.JPGArticolo di Amina Abbioui

Da Febbraio, noi volontari del servizio civile in Giordania collaboriamo con “Our Step”, associazione locale con sede a Russayfah, nel governatorato di Zarqa. L’ONG è unica nel suo genere, poiché lavora con una fascia della società giordana solitamente emarginata: quella delle persone con disabilità mentali, diventate, negli anni, anche parte dello staff.

Con loro organizziamo un cineforum mensile che mira ad offrire ai partecipanti uno spazio in cui possano discutere di diverse tematiche particolarmente sentite nella società giordana. Infatti, la serie di film scelta è incentrata sul mondo arabo, con personaggi che si scontrano con le diverse problematiche presenti nell’area mediorientale. Ad esempio, le differenze tra uomini e donne: il primo film proiettato infatti, è stato “Wadjda” o “La Bicicletta Verde”, un film ambientato in Arabia Saudita, che racconta le sfide a cui fa fronte la piccola protagonista, Wadjda, per poter possedere e utilizzare una bicicletta. La perseveranza e la forza di volontà della bambina riescono a scalfire una breccia in quel muro costruito sulla base di tradizioni che vedono uomini e donne avere diritti e doveri diversi.

Il contesto in cui si organizza il cineforum è abbastanza particolare. Russayfah dista pochi chilometri da Amman, ma a differenza di quest’ultima, la città è molto povera. Nonostante abbia la nomea di comunità dalla mentalità chiusa e estremamente tradizionalista, gli spettatori sono sempre stati aperti al dialogo e alla critica, a volte costruttiva, in un ambiente rispettoso delle diverse opinioni dei partecipanti.

Se  la prima proiezione, “Wadjda”, non è stata accolta con troppo entusiasmo, per l’ambientazione saudita, il secondo film, “Captain Abu Raed”, ambientato stavolta ad Amman, ha riscosso invece molto successo. Il film tocca tematiche profonde come la violenza domestica, l’abbandono scolastico, l’assenza di una guida nella vita dei giovani protagonisti del film, che sono così esposti a diversi pericoli. Captain Abu Raed diventa un eroe agli occhi dei ragazzi perché riesce a capirli, cercando di aiutarli a risolvere i loro problemi. Il pubblico ha apprezzato la pellicola nel suo insieme: per gli spettatori, il protagonista è un simbolo di giustizia e tutti dovrebbero prenderlo come un esempio da seguire.

Il terzo appuntamento è stato decisamente diverso: invece di un film solo, abbiamo proiettato tre cortometraggi e non ci aspettavamo il successo e la partecipazione riscossi. I partecipanti hanno discusso molto tra di loro, condividendo opinioni ed esperienze personali. Una delle partecipanti, ad esempio, si è riconosciuta nell’esperienza della protagonista del primo filmato (Name: Female), che lottava contro il fratello, che non le permetteva di lavorare, citando tradizioni e valori della società in cui vivevano. R. ha raccontato di quando ha dovuto mettersi anche lei contro il fratello, dopo che ha divorziato, perché non le permetteva di lavorare. “Per me” ha detto a un’altra partecipante che aveva un’opinione diversa,  “il lavoro rappresentava una fuga dalla realtà del divorzio, un modo per dimenticare ciò che è successo. Ma mio fratello continuava a dirmi che avrebbe provveduto lui ai miei bisogni senza che io lavorassi, pensando che per me fosse solo una questione economica”.

Il Cineforum continuerà per tutta la durata della nostra permanenza in Giordania, sperando che ci porti ad essere più vicini a una comunità che affronta così tante sfide.

 

Le mine non discriminano. Neppure in Giordania.

Articolo di Olimpia Sermonti

Le mine non discriminano, non guardano al colore della divisa anzi, non guardano proprio a che tu una divisa ce l’abbia. Infatti, secondo il rapporto Landmine Monitor 2017 pubblicato dall’International Campaign to ban Landmines, il 78% delle vittime (feriti e deceduti) registrate è un civile. Ma la mina non guarda neanche alla tua età. Per questo motivo, delle 23 vittime colpite da una mina ogni giorno, quasi una su due colpisce un bambino.

Il 2016, con un totale di 8605, rappresenta l’anno in cui si è registrato il più alto numero di vittime per mine antiuomo dal 1999, anno di entrata in vigore della Convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione e vendita di mine antiuomo e della loro relativa distruzione conosciuta anche come trattato di Ottawa che oggi conta 162 Parti Contraenti.

I danni causati dalle mine inesplose non riguardano però solo le vite umane. Le zone contaminate sono incoltivabili e viene quindi limitato lo sviluppo agricolo ma anche, e soprattutto, le capacità di sostentamento alimentare di una popolazione che, come indica la stessa presenza di mine sul territorio, è già afflitta dai danni di un conflitto. Inoltre va considerato anche il ritardo nel rientro verso le proprie case per i rifugiati che sono fuggiti da un conflitto. Anche quando quest’ultimo termina, la popolazione non può rientrare nelle proprie case a causa della presenza di mine inesplose. Le aree minate e disseminate di ordigni inesplosi impediscono la libera mobilità delle persone, che si tratti di fuggire o di rientrare a casa dopo la fine del conflitto. È esattamente quello che sta accadendo oggi in Siria dove, come afferma la coordinatrice dell’emergenza in Siria per Medici Senza Frontiere, “È molto pericoloso per le persone tornare a casa; ci sono trappole esplosive piazzate ovunque, sotto i tappeti, nei frigoriferi, addirittura negli orsetti di peluche dei bambini”. Come se non bastasse, l’elevato rischio funge da deterrente per le organizzazioni umanitarie limitando le loro capacità di fornire assistenza, aggravando così la già disperata situazione di coloro che si trovano nelle aree devastate dal conflitto.

L’Italia, fino a metà degli anni Novanta ha avuto il triste primato nella produzione di mine anti-uomo. Con la legge 106 del 23/04/1999 il nostro paese ha ratificato il trattato di Ottawa, bandendo così la ricerca tecnologica in materia di produzione di mine, il trasferimento di brevetti e sancendo severe sanzioni penali oltre ad imporre la distruzione di tutte le scorte entro cinque anni dall’entrata in vigore della legge. Nel gennaio del 2003, è stato annunciato il completamento della distruzione delle 7 milioni di mine antiuomo presenti negli arsenali militari italiani.

Ma qual è la situazione attuale?

Grazie all’estenuante lavoro della Rete Italiana per il Disarmo di cui è parte la Campagna Italiana contro le Mine, dopo 7 anni di iter, con soli 3 voti astenuti e nessun contrario, il 3 ottobre 2017 la Camera dei Deputati ha adottato la proposta di legge relativa alle “misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e submunizioni a grappolo”. Il documento votato in Parlamento, definisce le modalità di verifica e controllo da parte degli organismi di vigilanza e vieta gli investimenti finanziari a favore di industrie che producono in Italia o in Paesi terzi mine anti-persona e munizioni a grappolo o anche solo di parti di esse. La legge si estende anche alle società che svolgono qualsiasi tipo di attività relativa a questi armamenti, dalla costruzione alla detenzione, dalla distribuzione all’importazione, dalla vendita al trasporto. Un’ottima risposta nazionale alle richieste portate avanti dalla campagna #NoMoneyForBombs.

Purtroppo, quella che rappresenterebbe una delle leggi più avanzate a livello globale in materia di finanziamenti bellici è stata rinviata al mittente dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in quanto, secondo il Quirinale, uno specifico comma (il 2 dell’articolo 6) “contrasta con l’articolo 3 della Costituzione che vieta ogni irragionevole disparità di trattamento fra soggetti rispetto alla medesima condotta” perché “determinerebbe l’esclusione della sanzione penale per determinati soggetti che rivestono ruoli apicali e di controllo”.

Tradotto dal giuridichese: il reato verrebbe depenalizzato, ad esempio, per i vertici degli istituti bancari, delle società di intermediazione finanziaria e degli altri intermediari abilitati mentre per coloro che sono privi di questa qualificazione, si manterrebbe la sanzione penale, che prevede la reclusione da 3 a 12 anni, oltre alla multa da 258.228 a 516.456 euro.

Un grazie, quindi, è dovuto al Presidente Mattarella per non aver approvato una legge che con un singolo comma, di fatto, avrebbe favorito i vertici degli istituti finanziari. Questo, però, accadeva a fine Ottobre 2017. Nel frattempo le camere sono state sciolte e ad un mese dalle elezioni c’è da chiedersi quante vittime dovremmo ancora contare prima che, sempre che lo faccia, il Parlamento modifichi quel comma e la legge venga promulgata.

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In Giordania, dove operiamo, è stato istituito il The National Committee for Demining and Rehabilitation, con l’obiettivo ambizioso di eliminare tutti gli ordigni ancora presenti sul territorio, concentrati soprattutto nella Valle del Giordano, al confine con Israele e Siria.

Fra i tanti sopravvissuti che abbiamo incontrato nel nostro lavoro qui, c’è Samy, un agricoltore giordano…
Quando lavori la terra non c’è nulla di più importante delle tue mani e delle tue braccia. Capire se un frutto è maturo stringendolo tra le dita, oltre a osservarne il colore, respirarne il profumo… Samy le sue mani non le ha più da un po’. Gliele hanno amputate quando ha avuto la sfortuna di mettere piede su una mina inesplosa, eppure la sua vita va avanti. E noi, come parte dello staff di Un Ponte Per…, lo accompagniamo, nella convinzione che neppure le bombe possano distruggere il futuro.